Quando si mettono degli incompetenti nelle Autorità di regolamentazione del mercato, oltre ad una pessima regolamentazione ci si possono aspettare uscite improvvide come quella di Cardani sulla par condicio su Internet e i social media.

Cardani

Già la par condicio in se è un obbrobrio, e può avere un senso solo e unicamente perché per il settore radiotelevisivo vi sono delle condizioni oggettive di limitazione della pluralità. In particolare lo spettro elettromagnetico non è infinito, quindi solo un numero limitato di trasmissioni può avere luogo. E poi, cosa peculiare del nostro paese, questo numero limitato è in mano a pochi, in effetti si parla di oligopolio per il settore televisivo. Anche per il fatto che non si è voluto regolarlo all’inizio. Inoltre, cosa che non rappresenta un limite fisico ma che è parte della nostra peggiocrazia, i giornalisti italiani nel migliore dei casi seguono la loro idea di informazione che è chiamare i più famosi (che così lo diventano maggiormente) e lasciar fuori gli altri. Nella stragrande maggioranza seguono le indicazioni del loro editore di riferimento (Vespa docet).

Ma su Internet non vi è alcuna limitazione fisica. Chiunque può aprire un sito, un profilo su un social network e farsi sentire. Con molti meno problemi di che farlo con un giornale. Giornali che infatti sono esentati dalla par condicio, salvo una generale regola a non poter discriminare nell’accettare messaggi di propaganda elettorale, per altro a pagamento. Regola dalla quale sono esentati i giornali di partito.

Se una tale regola può anche avere un senso nel momento in cui i giornali sono percettori di contributi e/o agevolazioni pubbliche, lo stesso non vale per la rete.

Che comunque è uno spazio talmente complesso che per sua natura sfugge a regolamentazioni puntuali quali quelle della par condicio.

Pensa forse Cardani di poter imporre qualche quota di partecipazione ad un sito localizzato negli Stati Uniti, che parla in italiano di politica italiana e che magari, perché dice cose interessanti, è molto seguito dall’Italia. Ma andiamo.

La cosa peggiore è che non è la prima volta che interviene sul tema. Qualche giorno fà, in occasione delle celebrazioni per i 10 anni dei CORECOM, aveva già espresso questo concetto. Ma proprio nessuno in AGCOM gli ha fatto presente la bestialità che gli era uscita. Non che gli altri commissari siano degli esperti del settore, sono più che altro amici dei politici che li hanno eletti, altrettanto se non più ignoranti in materia. Ma qualche buon tecnico in Autorità c’è. Non gli avranno detto nulla? O forse è lui così pieno di se da pensare di aver detto una cosa intelligente? Mah. Certo che è triste.

E pensare che c’è tutta questa enfasi sull’agenda digitale e sulle reti di nuova generazione come motori economici e di sviluppo culturale. Ma se poi questi sono coloro che dovrebbero regolare e guidare i processi di sviluppo, la battaglia è persa in partenza.