L’arretratezza italiana nei servizi Internet


Si parla tanto in Italia di puntare sull’ICT per migliorare la produttività, sia nel pubblico che nel privato. La realtà purtroppo è che siamo molto indietro, e che non pare abbiamo iniziato una strada virtuosa.

E quando arrivano dati statistici questi sono sempre a nostro sfavore. Oggi per esempio ho visto questo report sull’hosting dei domini mondiali, diviso per città.

Ovviamente sono in largo vantaggio gli Stati Uniti. In classifica vi sono tutti i grandi paesi del mondo, Cina, India, Giappone, Russia, Brasile. Ma troviamo anche Bangkok, i due principali centri del Vietnam, Taipei, due centri in Turchia, Argentina, Australia.

E qualche piccola sorpresa, come Nassau nelle Bahamas. Che per altro sfrutta la prossimità agli Stati Uniti e il favorevole regime fiscale e regolatorio.

In Europa troviamo Parigi, Berlino, Londra, Amsterdam. Persino Kiev.

Chi non troviamo proprio nelle prime cento città è l’Italia. Che per altro è al 12 posto nel mondo come domini registrati (vedi qui) . Significa che comunque la maggior parte dei domini italiani sono gestiti all’estero. Per altro il numero totale è in forte calo.

Un bel segno, non c’è che dire, della nostra capacità di fare affari sulla rete.

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Il danno dei brevetti stupidi è sempre più evidente


Sono sempre stato contrario ai brevetti sul software, che oltre ad essere contrari allo spirito di condivisione della conoscenza, cosa che l’istituto del brevetto doveva invece favorire, sono un danno per lo sviluppo economico e sociale.

Ne beneficiano pochi, generalmente grandi e non gli inventori ingegnosi e senza soldi, e ci perdono in troppi.

Inizialmente solo il movimento del software libero era apertamente contrario ai brevetti software, ma pian piano la cosa, proprio per il suo contenuto di limite all’innovazione, stà diventando sempre più diffusa.

Non si può infatti non concordare con ogni punto della proposta di Mark Cuban, milionario americano noto soprattutto per essere proprietario dei Dallas Mavericks, squadra di pallacanestro professionistica campione NBA nel 2011, di eliminare o ridurre drasticamente la durata nel tempo dei brevetti software.

Cardani e la par condicio su Internet


Quando si mettono degli incompetenti nelle Autorità di regolamentazione del mercato, oltre ad una pessima regolamentazione ci si possono aspettare uscite improvvide come quella di Cardani sulla par condicio su Internet e i social media.

Cardani

Già la par condicio in se è un obbrobrio, e può avere un senso solo e unicamente perché per il settore radiotelevisivo vi sono delle condizioni oggettive di limitazione della pluralità. In particolare lo spettro elettromagnetico non è infinito, quindi solo un numero limitato di trasmissioni può avere luogo. E poi, cosa peculiare del nostro paese, questo numero limitato è in mano a pochi, in effetti si parla di oligopolio per il settore televisivo. Anche per il fatto che non si è voluto regolarlo all’inizio. Inoltre, cosa che non rappresenta un limite fisico ma che è parte della nostra peggiocrazia, i giornalisti italiani nel migliore dei casi seguono la loro idea di informazione che è chiamare i più famosi (che così lo diventano maggiormente) e lasciar fuori gli altri. Nella stragrande maggioranza seguono le indicazioni del loro editore di riferimento (Vespa docet).

Ma su Internet non vi è alcuna limitazione fisica. Chiunque può aprire un sito, un profilo su un social network e farsi sentire. Con molti meno problemi di che farlo con un giornale. Giornali che infatti sono esentati dalla par condicio, salvo una generale regola a non poter discriminare nell’accettare messaggi di propaganda elettorale, per altro a pagamento. Regola dalla quale sono esentati i giornali di partito.

Se una tale regola può anche avere un senso nel momento in cui i giornali sono percettori di contributi e/o agevolazioni pubbliche, lo stesso non vale per la rete.

Che comunque è uno spazio talmente complesso che per sua natura sfugge a regolamentazioni puntuali quali quelle della par condicio.

Pensa forse Cardani di poter imporre qualche quota di partecipazione ad un sito localizzato negli Stati Uniti, che parla in italiano di politica italiana e che magari, perché dice cose interessanti, è molto seguito dall’Italia. Ma andiamo.

La cosa peggiore è che non è la prima volta che interviene sul tema. Qualche giorno fà, in occasione delle celebrazioni per i 10 anni dei CORECOM, aveva già espresso questo concetto. Ma proprio nessuno in AGCOM gli ha fatto presente la bestialità che gli era uscita. Non che gli altri commissari siano degli esperti del settore, sono più che altro amici dei politici che li hanno eletti, altrettanto se non più ignoranti in materia. Ma qualche buon tecnico in Autorità c’è. Non gli avranno detto nulla? O forse è lui così pieno di se da pensare di aver detto una cosa intelligente? Mah. Certo che è triste.

E pensare che c’è tutta questa enfasi sull’agenda digitale e sulle reti di nuova generazione come motori economici e di sviluppo culturale. Ma se poi questi sono coloro che dovrebbero regolare e guidare i processi di sviluppo, la battaglia è persa in partenza.

Telecom e lo scorporo della rete


Si fanno sempre più insistenti le pressioni per lo scorporo della rete di Telecom Italia.

Anche oggi Marco Fossati, azionista con il 5% della società ma non nella holding Telco che controlla Telecom Italia, avendo i voti per nominare la Maggior parte del CdA, il Presidente e l’Amministratore Delegato, ha invitato Bernabè, ora non più contrario, a percorrere questa strada.

Tutto questo ovviamente poi porterebbe all’accordo con Cassa Depositi e Prestiti e ad un progetto comune con Metroweb. Sarebbe stato sciocco fare due reti parellele nelle grandi città, e quindi è sempre stato ovvio che non si sarebbero fatte.
Infatti lo scorporo viene salutato con favore anche da Paolo Bertoluzzo, A.D. di Vodafone (qui un richiamo all’articolo che non è on-line, e qui in interessante commento).

Se si arriverà allo scorporo, e la questione principale sarà l’effetto sul debito di Telecom Italia ovviamente, sarà un passo avanti.

Però mancheranno ancora due elementi essenziali:

  1. l’apertura della a tutti gli operatori su basi effettivamente paritetiche, visto che Telecom Italia vuole comunque mantenere il 51% della società di rete
  2. l’universalità del servizio, ossia che i nuovi servizi possibili solo sulla fibra arrivino veramente a tutti, come il rame oggi

I piani di Telecom e Metroweb comprendono infatti solo le principali città italiane, lasciando nuovamente in divario digitale gran parte della popolazione. La giustificazione è ovviamente il costo.

Però secondo me è possibile ottenere questo risultato senza metterci soldi pubblici, incrementando la concorrnza rendendo neutra la rete e senza scontentare troppo Telecom, anzi nulla sul piano finanziario. Ad un altra puntata il come.

Quando la pezza è peggio del buco


Ecco quanto ha pubblicato, in carattere piccolissimo, il Corriere della Sera di oggi a pagine 53, nella rubrica Interventi & Repliche.

La mappa dei social network
Nel grafico uscito ieri a pagina 27 sui
social network, è stato pubblicato,
erroneamente senza citare la fonte, un
planisfero simile a quello realizzato dal
sito http://www.vincos.it elaborati dal
Corriere. Ci scusiamo.

Simile? Simile?! Ma dai!

Il Corriere colto con le mani nella marmellata


Fantastica risposta a chi fà sempre il primo della classe.

Qui il Corriere della Sera è colto in fallo. E poi parlano di copyright, della rete che ruba le notizie dai giornali “veri” e li diffonde senza pagare, e altre amenità.

Mi mi faccia il piacere! (C) Totò 🙂

Facebook e il budget della California


Facebook non si stà comportanto molto bene in borsa. La cosa è sicuramente un problema per tutti quelli che hanno investito nelle azioni da quando sono state quotate, ma anche per coloro che avevano investito nelle offerte private fate poco prima della quotazione. Tutti questi si trovano con meno valore di quello investito.

Ma c’è anche qualcun’altro che ha problemi di soldi a causa di questa discesa del valore della quotazione. Ed è lo stato della California. La quantità di tasse che pensava di riscuotere all’esercizio delle opzioni per il management sarà fortemente ridotto.

La cosa insegna due storie. La prima, allo stato della California, che anche per loro valgono le regole valide per qualunque attività economica. Basare larga parte dei propri ricavi su un solo “cliente” non è mai una buona idea. Se lo si perde sono guai grossi se non si ha un piano B.

La seconda al nostro di stato. Se anche noi avessimo un ambiente favorevole all’impresa e alla sua crescita se ne avvantaggerebbero anche le casse statali. Molto di più che con l’attuale regime di pressione fiscale e carico burocratico insostenibili. Le imprese se ne vanno e il gettito cala. Inevitabilmente e alla faccia della ragioneria generale dello stato.